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C’era scritto qualcosa che avrei dovuto leggere, perché volteggiava davanti a me, più in basso, più in alto, di qua e di là, quasi a propormi il punto giusto di prospettiva: sì che, in quel grande spazio, si moltiplicava assillante. Certo si voleva che io non proseguissi prima di aver decifrato almeno una parola. Ma erano mozziconi di lettere, frantumi d’alfabeto. Con la coda dell’occhio distinsi una “enne” zoppa (che pietà). Fu poi chiara una serie di “x” capovolte da parer croci. Io andavo avanti: e il foglietto arretrava per essere guardato. Infatti qualcosa recuperavo in quello sterminio di segni. L’ “elle” accecata. La “ci”, troppo aperta, perdeva; era rotta. E la “erre”, schiacciata, pestata, non ronzava più. Una “erre” che non vibra, ammutolita, spenta, uccisa. Proseguivo, impacciata: con un alfabeto così stracciato c’è da fare ben poco; poco o nulla. Tuttavia quel foglio mi volava intorno con un’esigenza indecifrabile. Io, dottore di segni? Io, indovina? Io, innamorata di guarigioni? Io, interprete? Ma qui si tratta dell’intero alfabeto, d’una cosa fondamentale. Questa è l’alba delle parole; un’alba subito raggiunta da un cataclisma. Batto la fronte contro un muro di segni. Lo rompo con la fronte e, in un breve sciame, “x” sbilenche, fatte a croci, m’increspano i capelli. Che cosa avrei dovuto farne?

Ma le povere lettere sfrante, eccole riassestarsi su quel foglio che intero, intatto, quantunque imbrattato, mi sfiora questa volta la guancia sinistra. Vedo bene la “elle”. Sebbene offesa – una “elle” forata, cieca, l’ho detto – (sia la “elle” del nome della mamma?: Nilda), s’inalbera. Ora il foglio mi sta un attimo sul petto; ma non faccio in tempo ad abbassarvi gli occhi che già, rasentandomi il mento, si solleva. Come faccia a volteggiare senza un filo d’aria non si sa. In uno svolazzo colsi un che di vittorioso che m’insospettì. Ma era già alle mie spalle.