| Ci sono momenti
nella vita in cui una straordinaria combinazione di circostanze
sembra inchiodare su di noi la felicità. Il tacersi delle
passioni, l'assenza d'inquietudine, tutto ci dispone alla gioia;
e se al favore dello spirito si accompagna una situazione concreta
gradevole, resa ancor più bella da piacevoli sensazioni,
le ore trascorrono deliziosamente, allora, e il senso del nostro
esistere si colora delle sue tonalità più gradite.
Proprio il caso in cui si trovavano i tre personaggi che avevo in
quel momento sotto gli occhi! Niente al mondo nella loro fisionomia
che tradisse la più piccola preoccupazione, il più
piccolo turbamento, il benché minimo rimorso; al contrario
si coglieva, nell'impercettibile impettirsi del loro collo, quel
legittimo orgoglio che deriva dalla soddisfazione dello spirito:
la gravità del loro procedere annunciava la calma del loro
cuore, la piena moralità dei loro pensieri; e perfino nei
momenti in cui, cedendo ai carezzevoli inviti di un tiepido sole,
sembravano sul punto di cedere al sonno, nient'altro che un soave
profumo d'innocenza e di pace pareva promanare dalla loro immagine.
Quasi senza pensarci, allora (che ci volete fare, l'uomo è
facile preda dei cattivi pensieri), mi venne fatto di raccogliere
una pietra. E alla fine, incapace di resistere a quella maligna
tentazione, la lanciai proprio accanto, lì nello stagno
Subito le tre teste, con un gran sobbalzo, se ne uscirono da sotto
le ali.
Erano tre anatre, mi ero dimenticato di dirlo. Facevano il loro
pisolino mentre io, seduto ai bordi di quello stagno, me ne stavo
a fantasticare, felice quanto le mie pacifiche compagne.
In campagna il mezzo del giorno è l'ora del silenzio, del
riposo, del sogno. Finché il sole colpisce a piombo la pianura
coi suoi raggi, uomini e bestie sospendono le loro fatiche; il vento
tace, l'erba si abbatte al suolo, solo gli insetti, animati dal
calore, cicaleggiano a gara nell'aria, formando un sottofondo musicale
che sembra ingigantire il silenzio.
Di cosa fantasticavo in quei momenti? Di tutto, di cose minime o
grandi, indifferenti o gradite al mio cuore. Ascoltavo il canto
monotono dei grilli; oppure, sdraiato sul dorso, mi perdevo dietro
alle metamorfosi di una nube su nel cielo; altre volte, carponi
per terra, osservavo, al piede di un salice cavo, l'umida borraccina,
tutta cosparsa d'impercettibili fiori; scoprivo un po' alla volta,
in quel piccolo mondo, montagne, vallate, ombrosi sentieri, frequentati
da qualche insetto dorato o da una diligente formica. Un'osservazione
siffatta scatenava nel mio spirito quell'idea di mistero e di potenza
che mi trasportava, inavvertitamente, dalla terra al cielo; e allora,
facendosi fortemente sentire la presenza del Creatore, il mio cuore
si nutriva di grandi pensieri.
Altre volte, con gli occhi fissi sulle montagne, fantasticavo su
tutto quello che stava dietro di loro, lontani paesi, coste sabbiose,
vasti mari, e se, nel corso di quelle fantasie, mi capitava di scontrarmi
in qualche altra idea, io la seguivo fin dove voleva condurmi, salvo
ritornare precipitosamente, da un'estremità dell'Oceano,
fino al prato lì vicino o alla manica del mio vestito.
Mi capitava anche di volgere lo sguardo sulla vecchia
canonica, a cinquanta passi dallo stagno, alle mie spalle. Non mi
facevo mai scappare il momento in cui la lancetta dell'orologio
si avvicinava all'ora, e a ogni istante aspettavo di vedere, attraverso
le vecchie arcate del campanile, lo scuotersi del martello, nero
sullo sfondo azzurro del cielo, e il suo ripiombare sulla parete
di bronzo. Soprattutto mi piaceva beare l'orecchio di quel tintinno
sonoro che l'ultimo tocco lasciava dietro di sé, e ne raccoglievo
le onde via via più flebili, fino a che la loro morente armonia
non si fosse spenta del tutto in quel silenzio.
Ritornavo allora col pensiero alla canonica, ai suoi tranquilli
abitanti, a Luisa; e, lasciando cadere la testa sulle braccia, erravo
in compagnia di mille ricordi, in un mondo conosciuto solo dal mio
cuore.
Questi ricordi erano i giochi, i piaceri, i passatempi tipici della
campagna in mezzo ai quali era trascorsa la nostra infanzia. Si
erano coltivate piante, allevati uccelli, fatti fuochi in fondo
ai campi; s'era cavalcato l'asino e portato le bestie al pascolo,
abbacchiato noci e folleggiato sui mucchi di fieno; non c'era ciliegio
nel frutteto, né pesco tra quelli che nascondevano al mezzogiorno
il muro della canonica, che non si distinguesse per noi da quelli
del mondo intero, per i mille ricordi che portava con sé,
come i frutti, a ogni nuova stagione. Io avevo (un ragazzo è
soggetto ai cattivi pensieri), avevo, per lei, piluccato le primizie
dei notabili del vicinato; ancora per lei avevo avuto a che fare
con il cane, con la guardia campestre e con quella municipale; ma
ero rimasto incorreggibile finché a lei piacquero le primizie.
A quel tempo non ero rivolto che al presente, non stavo mai fermo,
correvo, mi arrampicavo ovunque; fantasticavo poco e sognavo ancor
meno, se non talora, di notte..., la guardia campestre.
Ma il giorno di cui parlo non era certo della guardia campestre
che mi preoccupavo. E poi quel pover'uomo era morto e il suo successore,
avendomi trovato più spesso tutto solo ai bordi dello stagno
che a caccia di primizie, aveva concepito quanto a me un'opinione
molto vantaggiosa. Quest'uomo sensato aveva arguito che la preferenza
che manifestavo per le aride sponde dello stagno non poteva provenire
che da una preoccupazione del tutto estranea a quella per le primizie,
preoccupazione che era suo preciso compito contenere nei giusti
confini.
In effetti, malgrado l'ingrata aridità delle sue strette
sponde, avevo riversato un affetto davvero singolare su quel piccolo
stagno e sul suo salice spelacchiato. Poco a poco ne avevo fatto
il mio regno, sicuro com'ero, sul mezzogiorno, di non trovarci nessuno
se non le tre anatre, la cui tranquilla comunanza mi confortava
assai, da quando il senso della loro presenza si era associata,
per me, alla grazia del fantasticare. |