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Tratto da: La canonica
La canonica

Collana: Traduzioni, 2
Pagine: 80
Prezzo: euro 7,00
ISBN: 88-900411-8-8
Uscita: disponibile

Ci sono momenti nella vita in cui una straordinaria combinazione di circostanze sembra inchiodare su di noi la felicità. Il tacersi delle passioni, l'assenza d'inquietudine, tutto ci dispone alla gioia; e se al favore dello spirito si accompagna una situazione concreta gradevole, resa ancor più bella da piacevoli sensazioni, le ore trascorrono deliziosamente, allora, e il senso del nostro esistere si colora delle sue tonalità più gradite.
Proprio il caso in cui si trovavano i tre personaggi che avevo in quel momento sotto gli occhi! Niente al mondo nella loro fisionomia che tradisse la più piccola preoccupazione, il più piccolo turbamento, il benché minimo rimorso; al contrario si coglieva, nell'impercettibile impettirsi del loro collo, quel legittimo orgoglio che deriva dalla soddisfazione dello spirito: la gravità del loro procedere annunciava la calma del loro cuore, la piena moralità dei loro pensieri; e perfino nei momenti in cui, cedendo ai carezzevoli inviti di un tiepido sole, sembravano sul punto di cedere al sonno, nient'altro che un soave profumo d'innocenza e di pace pareva promanare dalla loro immagine.
Quasi senza pensarci, allora (che ci volete fare, l'uomo è facile preda dei cattivi pensieri), mi venne fatto di raccogliere una pietra. E alla fine, incapace di resistere a quella maligna tentazione, la lanciai proprio accanto, lì nello stagno… Subito le tre teste, con un gran sobbalzo, se ne uscirono da sotto le ali.
Erano tre anatre, mi ero dimenticato di dirlo. Facevano il loro pisolino mentre io, seduto ai bordi di quello stagno, me ne stavo a fantasticare, felice quanto le mie pacifiche compagne.
In campagna il mezzo del giorno è l'ora del silenzio, del riposo, del sogno. Finché il sole colpisce a piombo la pianura coi suoi raggi, uomini e bestie sospendono le loro fatiche; il vento tace, l'erba si abbatte al suolo, solo gli insetti, animati dal calore, cicaleggiano a gara nell'aria, formando un sottofondo musicale che sembra ingigantire il silenzio.
Di cosa fantasticavo in quei momenti? Di tutto, di cose minime o grandi, indifferenti o gradite al mio cuore. Ascoltavo il canto monotono dei grilli; oppure, sdraiato sul dorso, mi perdevo dietro alle metamorfosi di una nube su nel cielo; altre volte, carponi per terra, osservavo, al piede di un salice cavo, l'umida borraccina, tutta cosparsa d'impercettibili fiori; scoprivo un po' alla volta, in quel piccolo mondo, montagne, vallate, ombrosi sentieri, frequentati da qualche insetto dorato o da una diligente formica. Un'osservazione siffatta scatenava nel mio spirito quell'idea di mistero e di potenza che mi trasportava, inavvertitamente, dalla terra al cielo; e allora, facendosi fortemente sentire la presenza del Creatore, il mio cuore si nutriva di grandi pensieri.
Altre volte, con gli occhi fissi sulle montagne, fantasticavo su tutto quello che stava dietro di loro, lontani paesi, coste sabbiose, vasti mari, e se, nel corso di quelle fantasie, mi capitava di scontrarmi in qualche altra idea, io la seguivo fin dove voleva condurmi, salvo ritornare precipitosamente, da un'estremità dell'Oceano, fino al prato lì vicino o alla manica del mio vestito.

Mi capitava anche di volgere lo sguardo sulla vecchia canonica, a cinquanta passi dallo stagno, alle mie spalle. Non mi facevo mai scappare il momento in cui la lancetta dell'orologio si avvicinava all'ora, e a ogni istante aspettavo di vedere, attraverso le vecchie arcate del campanile, lo scuotersi del martello, nero sullo sfondo azzurro del cielo, e il suo ripiombare sulla parete di bronzo. Soprattutto mi piaceva beare l'orecchio di quel tintinno sonoro che l'ultimo tocco lasciava dietro di sé, e ne raccoglievo le onde via via più flebili, fino a che la loro morente armonia non si fosse spenta del tutto in quel silenzio.
Ritornavo allora col pensiero alla canonica, ai suoi tranquilli abitanti, a Luisa; e, lasciando cadere la testa sulle braccia, erravo in compagnia di mille ricordi, in un mondo conosciuto solo dal mio cuore.
Questi ricordi erano i giochi, i piaceri, i passatempi tipici della campagna in mezzo ai quali era trascorsa la nostra infanzia. Si erano coltivate piante, allevati uccelli, fatti fuochi in fondo ai campi; s'era cavalcato l'asino e portato le bestie al pascolo, abbacchiato noci e folleggiato sui mucchi di fieno; non c'era ciliegio nel frutteto, né pesco tra quelli che nascondevano al mezzogiorno il muro della canonica, che non si distinguesse per noi da quelli del mondo intero, per i mille ricordi che portava con sé, come i frutti, a ogni nuova stagione. Io avevo (un ragazzo è soggetto ai cattivi pensieri), avevo, per lei, piluccato le primizie dei notabili del vicinato; ancora per lei avevo avuto a che fare con il cane, con la guardia campestre e con quella municipale; ma ero rimasto incorreggibile finché a lei piacquero le primizie. A quel tempo non ero rivolto che al presente, non stavo mai fermo, correvo, mi arrampicavo ovunque; fantasticavo poco e sognavo ancor meno, se non talora, di notte..., la guardia campestre.
Ma il giorno di cui parlo non era certo della guardia campestre che mi preoccupavo. E poi quel pover'uomo era morto e il suo successore, avendomi trovato più spesso tutto solo ai bordi dello stagno che a caccia di primizie, aveva concepito quanto a me un'opinione molto vantaggiosa. Quest'uomo sensato aveva arguito che la preferenza che manifestavo per le aride sponde dello stagno non poteva provenire che da una preoccupazione del tutto estranea a quella per le primizie, preoccupazione che era suo preciso compito contenere nei giusti confini.
In effetti, malgrado l'ingrata aridità delle sue strette sponde, avevo riversato un affetto davvero singolare su quel piccolo stagno e sul suo salice spelacchiato. Poco a poco ne avevo fatto il mio regno, sicuro com'ero, sul mezzogiorno, di non trovarci nessuno se non le tre anatre, la cui tranquilla comunanza mi confortava assai, da quando il senso della loro presenza si era associata, per me, alla grazia del fantasticare.

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