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Anteprima

Ugo Facco De Lagarda

La grande Olga

Angelo Corti richiude con precauzione l'uscio dietro di sé e mormora rivolto alla signora Olga:
"Non è possibile".
La donna ha le mani ai fianchi e, noncurante, lo guarda. È chiaro quello che significa il suo tono di sfida. Ce ne stanno due? Ebbene, ce ne staranno tre.
"Ma come?" insiste il grigio ometto, più a gesti che a parole.
L'altra si stringe nelle spalle, gli comanda con un'imperiosa occhiata di sparire e, arrancando, riprende nel buio la salita verso l'ultimo piano. Il Corti a bocca aperta e narici dilatate immagazzina un po' dell'aria umida, stagnante nelle scale, rotea e flette alcune volte, con l'energia dei deboli, braccia e gambe, poi si prepara a rientrare. Ha afferrato la maniglia e già sente che, oltre il breve assito, il ghiaccio è rotto. È la voce cordiale del nuovo venuto che domina. Cauta, ma sempre meno diffidente, gli risponde quella di Cesare.
"Parlate troppo forte" dice il Corti; e siede sulla branda accanto agli altri due. Bisogna con uno sforzo mentale rivestire il terzo ospite dell'uniforme per convincersi che si tratti di un soldato, di un ufficiale. Sopra un suo grosso involto, legato con una cinghia, ha buttato la giacca; indossa pantaloni borghesi di fortuna e una camicia larga di collo da cui pende una cravatta stinta. Ha un modo caratteristico di ravviarsi i capelli, lunghi e trascurati, che lo imbarazzano.
È una tarda sera di fine settembre. Da alcuni giorni la piazzaforte con seimila uomini giovani e quaranta cannoni vecchi si è arresa ai venti paracadutisti di una squadriglia aerea e all'equipaggio di una motocorvetta d'assalto. Dicono che in Arsenale c'erano viveri per tre anni; un emporio alimentare comprendente anche alcune tonnellate di formaggio. Il capitano Bandini, sorpreso l'otto settembre a Treviso e svestita la divisa, s'era infilato, dopo un'assurda corsa a Padova ove tutto andava rapidamente sfasciandosi, a Venezia come in un budello senza uscita. Aveva bighellonato qua e là per calli e "fondamente" nella confusione generale, tra un allarme e l'altro, facendo ballare nelle tasche alcune monete d'oro; aveva mangiato e dormito, indifferentemente, negli alberghi del centro come nelle osterie periferiche, alternando i pranzi e le alcove del bacino con i piatti misti e i letti sfondati delle taverne. Tutto era provvisorio; già si cominciava a murare qualche porta; le saracinesche rimanevano ormai abbassate notte e giorno; si entrava da uscioli mimetizzati; i camerieri, o l'oste, squadravano il nuovo venuto; astratti - ognuno intento a risolvere, o ad accantonare, i molti problemi capitatigli tra coppa e collo nel giro di poche settimane - non gli dicevano né sì, né no; ma poi finivano con l'accoglierlo, senza impegno, un giorno o due; tanto si stava per chiudere definitivamente. Il capitano non aveva merce da scambiare e non era, quindi, un soggetto interessante. S'annunciavano i giorni magri e in questo sentore di esasperata carestia, Bandini era passato dagli atri sontuosi, illuminati da candele - dove ospiti eterogenei dai visi tirati e le voci stridule, ognuno col suo tic o un particolare segno, s'incrociavano ostentando sicurezza o esagerando il proprio spavento per impietosire o in qualche modo imporsi - alle cucine di basse locande, tra facchini e gondolieri maneggioni, dalle braccia tatuate, monotoni narratori di stagioni e di glorie antiche. A poco a poco, tutte le porte gli erano state sbarrate in faccia. Aveva finito col rifugiarsi, stanco e lacero, nei pontili e a mangiare il suo cartoccio di pesce fritto, seduto in riva a un deserto canale, con i piedi penzoloni sull'acqua, ove affioravano nel lento flusso della marea carogne di gatti e grumi di rifiuti. Una sera, a oscuramento inoltrato e senza più risorse all'infuori delle poche monete d'oro, quindici, venti pezzi, ch'egli stringe nel pugno come un tesoro inalienabile, mentre sta vagando per le "fodere" di San Bartolomeo, il centro bisbigliante della città percorso da ombre frettolose, si sente afferrare per un braccio e trascinare oltre una porta. Una donna di mezza età, messo il piede sul primo gradino di una ripida scala, si volge a guardarlo. Nella fioca luce azzurrata, egli può scorgere due occhi fosforici e una gran bocca rossa male dipinta; ma non è un'avventura. È Olga che, in contrasto con i suoi elementari principi di affittacamere bugiarda e di mercantessa di guerra, offre capricciosamente una mano allo sbandato.
Il professor Angelo Corti è proprietario, fra l'altro, di tutto un isolato a cento metri dal Ponte di Rialto; sono alcuni fabbricati rovinosi, uno addossato all'altro, venti numeri anagrafici, che l'Autorità da oltre un quarto di secolo ha intenzione di espropriare e demolire, per far luogo a una nuova via di transito. Appunto un appartamento di una di queste case (una strana casa a campanile, in quattro angusti piani serviti da complessi ordini di scale, cui si accede dopo aver girato alcune tetre calli e un portico a serpente) il Corti ha da un ventennio affittato alla signora Olga, Olga Tria. Rientrato dalla Svizzera nell'agosto del '43, è ancora intento nella comoda stanza d'albergo sulla Riva degli Schiavoni a riordinare quietamente le idee e a riprendere con la abituale circospezione le interrotte fila dei suoi molteplici interessi, quando gli arrivano simultaneamente la notizia dell'armistizio e quella del parziale sgombero della sua abitazione sul Canal Grande, già abbandonata a precipizio nel '40 e quindi occupata da una personalità del regime.
Riprendere le valige? Scappare ancora? E dove? Poiché in quei trenta giorni non si è fatto molto notare, egli pensa di rimanere a Venezia; e rimanere al centro, dove la popolazione, a seguito dei vari esodi dal sud e dall'Istria, è alquanto fitta. La guerra è ormai giunta a un punto cruciale; ci sono ancora dei punti oscuri e minacciosi da superare; occorre farsi piccoli, scomparire, e lasciare che il nembo passi sopra le teste; la soluzione, vivaddio, non può tardare. Alla signora Olga, che il professore conosce appena e alla quale nulla ha mai chiesto, o fatto chiedere, all'infuori del puntuale pagamento della pigione, egli domanda asilo per sé e per il Saetti, ricapitatogli addosso all'ultimo minuto. Ma la Olga non ha un buco libero, salvo… Salvo, appunto, quel buco tra la seconda e la terza rampa di scale.

 

Collana: Storia e letteratura, 6
Pagine: 160
Prezzo: euro 9,30
ISBN:88-900411-9-6
Uscita: disponibile

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