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LA TORRE DEL FATTUCCHIO
Il mio amico Gigetto del Serinaccio è poeta
e cacciatore d'immagini. Poeta come sono tanti lassú, a Pian
degli Ontani, nella patria della grande poetessa illetterata Beatrice;
di quelli a cui l'ottava sgorga spontanea dal duro travaglio1 nei
boschi o da una rozza gioia conviviale. Cacciatore d'immagini perché
possiede una macchina fotografica con la quale ha ritrattato2 in
mille modi le persone e i paesi della sua terra. Giacché
per quella striscia di terra balzosa3 e boschiva che forma la valle
del Sestaione, dallo snellissimo ponte sulla via maestra, su su
per il torrente limpido e tortuoso, fin dove al Ponte alla Sega
cominciano l'Alpe e il Demanio, egli è come un piccolo re.
I castagneti bassi sul fiume sono in buona parte di lui; e sua è
anche la grande faggeta* che abbraccia i balzi a ponente, dalla
quale la Torre del Fattucchio emerge snella e rosea nei tramonti
come una gemma immensa incastonata in uno smalto verde.
Ma la terra montanina è una madre parca e poco può
donare ai suoi figli. Cosí Gigetto ha nel podere del Serinaccio
un deposito di carbone, e quando è il tempo dei tagli si
mette per il bosco con le ambasciate* dei carbonai. Segna i sentieri
per i muli carichi, gli spazi tondi per le carbonare,* i rifugi
sotto una capanna di zolle nelle notti fredde e piovose. La sera,
mentre l'ardore4 nascosto fuma silenziosamente e le cataste lontane
rosseggiano, i carbonai si adunano attorno al loro piccolo re e
incominciano dopo la cena frugale una gara di canto.5 Il giorno,
nei brevi riposi, il capo si diverte a imprigionare la luce.6
- Perché, - chiesi un giorno al mio amico, - non hai fotografato
la Torre del Fattucchio? Hai dimenticato una delle piú belle
rarità della nostra montagna.
- Non l'ho dimenticata, - mi rispose versandosi dal fiasco l'ultimo
bicchiere di vinetto agro; - ma temo che mi debba portare sfortuna.
- Non ridere! - proseguí con aria severa. - C'è una
storia che qui tutti sanno e che nessuno ti avrà raccontato
per rispetto di me. Ma è una cosa terribile. Ne riparleremo.
Se mai, se ti preme per il giornale, puoi ritrattarla tu.7
E per tutto quel giorno fu di umore accigliato e stette quasi di
continuo seduto sul botro* che porta l'acqua del torrente al mulino
di sotto. Io leggevo un libro di novelle noiose sotto un castagno
non lungi8 da lui; e come alzavo spesso gli occhi dalle pagine gravi,9
vedevo il suo volto peloso in cui gli occhi e la bocca parevano
quasi sparire nella gran barba rossa e nei sopraccigli irsuti. Pareva
la testa di un faggio nodoso, d'inverno, quando le foglie sono purpuree,
e, da lontano, tutta la boscaglia al sole pare che bruci.10
Ora, pensandoci, io mi ricordavo di aver sentito nei discorsi degli
altri qualche accenno ad un fatto tragico; ma non sapevo che la
Torre del Fattucchio c'entrasse. Dicono che molti secoli or sono,
là sotto, nella roccia, una fattucchiera* nascose un tesoro.
Nessuno lo ha mai trovato, perché il gigante quadrato lo
custodisce sotto il suo macigno sul quale i falchi hanno posto il
nido.11 Di dove stavo leggendo, io vedeva,12 dietro la cortina dei
faggi, il masso snello staccato dal fianco della montagna e profilato13
netto sul cielo, liscio e quadrato come un'opera degli uomini ingegnosi,
e pur dovuto alla natura indifferente o, come credevano lassú,
al sortilegio di una maga. Proprio ai piedi della Torre, pericolosissimo
ma accessibile, c'è un lastrone sul quale io un giorno avevo
passato alcune ore, sospeso sul baratro, come un anacoreta della
Tebaide su una stele sacra.14 E mi ero sentito fratello della roccia
grigia e tutt'uno coi falchi che mi stridevano intorno senza timore.15
All'improvviso, vidi il mio amico alzarsi, e venire verso di me.
Mi accorsi allora che nei solchi del suo viso arso16 dovevano essersi
incanalate le lagrime.17 Mi disse:
- Hai ragione; bisogna rompere l'incantesimo. Domattina andremo.
E, la mattina dopo, l'alba ci vide in piedi per il sentiero che
risale il torrente sonante. Giú nella valle l'aria era ancora
verdina; ma in alto l'alpe* ignuda si colorava di rosa. Fresca era
la brezza e mormorava tra i faggi giovanetti; c'era diffuso l'odore
del mirtillo rugiadoso e della menta selvaggia. Il Sestaione era
sempre presente col fragore: or sí or no lo vedevamo apparire
e sparire nel suo letto di massi puliti. La Torre non si scorgeva,
perché era in alto sopra di noi, e c'era di mezzo la fitta
boscaglia.
- Sta attento, - avvertí Gigetto; - di qui i carbonai non
passano da qualche anno, e il sentiero è scomparso. Bisogna
arrampicarsi con le mani e coi piedi, ma per ritrarla bene con questa
- e accennava alla macchina - bisogna prenderla di qui.
E il fiume ben presto fu in fondo e il suo fragore calò.
Ci sorprese, in cambio,18 il sole a mezza costa, sudati e ansanti
benché allenati a scalar la montagna; ma poiché di
mano in mano che salivamo la veduta si allargava e si faceva immensa,
il mio spirito alacre obliava19 la fatica per la gioia degli occhi.
E pure il salire era rude;20 ché ci toccava aggrapparci ai
massi e ai cespugli e puntare i tacchi chiodati nelle fessure della
roccia e balzare di sasso in sasso come le capre. Appunto in alto
in alto, dalla boscaglia sull'orlo delle rupi si udivano i primi
campani* dei greggi, e i pastori cominciavano a zufolare.21
- Eccola! - esclamai io, fermandomi un istante per asciugarmi il
sudore. Infatti, la Torre era proprio sopra di noi, dall'altra parte
del dirupo.
- Piú su, - disse Gigetto senza fermarsi, - c'è un
piccolo spiazzo di dove la vedremo quasi di rimpetto. Vedrai come
è bello, lassú.
E cosí continuammo ad affrontare la montagna, che ad ogni
passo era piú dura e piú nuda; rare pianticelle di
faggio e ciuffi secchi di ginestre erano qua e là. Avevo
la gola arida e il cuore si cominciava a stancare; ma finalmente
arrivammo.
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Collana: Storia e letteratura,
5
Pagine: 248
Prezzo: euro 10,33
ISBN:88-900411-5-3
Uscita: disponibile
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